Quanto vendiamo? Ma è questa la vera domanda?

Come ogni trimestre, arrivano puntuali dalle due associazioni di settore che si occupano di macchine da cantiere in Italia, i dati relativi alla vendita delle macchine per movimento terra e per il settore stradale.

E come ogni trimestre, noi di goWEM! ci troviamo a commentarli, provando a capire come il mercato si muoverà nei prossimi mesi o, con più difficoltà, nel prossimo anno.

La domanda è: come sono andate le vendite? E la risposta in questo trimestre, come in molti di quelli precedenti, è: bene, molto bene. I dati fotografano un mercato in ulteriore crescita, anno su anno, di ben il 15,5%, che diventa il 21% se si considerano i primi nove mesi nel complesso. Tutti i settori hanno il segno più, tranne uno, quello dei sollevatori telescopici che sconta dinamiche diverse rispetto agli altri comparti.

Tutto in ordine allora? Consentiteci di fare, come nostro solito, i guastafeste. La domanda che ci siamo fatti prima è, in sè, sbagliata.

Un mercato davvero difficile da interpretare per il 2019
Per tentare di prevedere l’andamento, non dobbiamo guardare al passato, sperando che, per qualche magica ragione, questo abbia influenze concrete sull’andamento del futuro prossimo (figuriamoci su quello venturo).

Dobbiamo cercare di intercettare i fondamentali dell’economia che influiscono sul segmento: per farla breve, dobbiamo capire come si muoveranno gli investimenti nei segmenti in cui le imprese che comprano le macchine operano, vedere l’andamento dell’accesso al credito, ma anche capire a più largo spettro le politiche di lungo periodo del Governo (e per cortesia, qui non facciamo politica, quindi non cominciate neanche a pestare su quel tasto).

Quella che vedete in foto è la MSC Luciana, la portacontainer più grande mai entrata in Adriatico e arrivata al porto di Trieste. Cosa c'entra? Le infrastutture viarie e ferroviarie per smistare i container sono assolutamente insufficienti
E quindi? Andiamo con ordine: gli investimenti. I bandi e gli appalti sono andati bene quest’anno con una crescita nei primi nove mesi, anche se nell’ultimo periodo si stanno evidenziando pericolosi segnali di inversione di tendenza.

Manca però una strategia complessiva: un dato per tutti, in 10 anni si sono persi investimenti, nel settore delle costruzioni, per 60 miliardi di euro, con un ulteriore calo nel prossimo anno degli investimenti fissi lordi di 756 milioni di euro (confermato dalla nota di aggiornamento del Def). Quello che preoccupa anche è l’assenza di investimenti in opere pubbliche importanti (e di cui l’Italia avrebbe disperatamente bisogno).

La talpa in azione della galleria sulla Torino-Lione in Val di Susa
Non si tratta tanto di discutere o meno sulla Tav o sul Tap (opere già cantierizzate che molto probabilmente verranno terminate con buona pace di chi, con proprie ragioni, vorrebbe il contrario e poi siamo sicuri che il potenziamento della rete esistente avrebbe un impatto ambientale minore?), ma su opere nuove, necessarie sia per aumentare la dotazione infrastrutturale del nostro Paese sia per evitare le tante tragedie che ultimamente si accaniscono sull’Italia (il ponte di Genova, ma anche e soprattutto le recentissime tragedie dovute alle condizioni meteo avverse).

Non si vogliono fare nuove infrastrutture? Almeno si avvii un importante e strutturato piano di protezione, tutela e valorizzazione del territorio, con particolare attenzione allo strategico comparto della regimazione degli alvei. Che magari dia anche un segnale su una piaga italica, quella degli abusi edilizi che ci hanno portato a costruire ovunque, negli alvei come sulle pendici del Vesuvio.

La diga di Comelico nel Bellunese. E poi non dite che non c'è bisogno di interventi di manutenzione dei fronti montani.
Un piano quinquennale sarebbe chiedere troppo? Tra l’altro potrebbe canalizzare anche una buona quota di finanziamenti europei che ogni anno fatichiamo a spendere, dando anche un senso sostenibile alle rivendicazioni (in alcuni casi anche giuste) di maggiori spese per investimenti.

E poi ci sono le altre quisquilie, tipo l’accesso al credito; nel mondo non ci sono mai stati tanti soldi disponibili per investimenti, peccato che le fragilità del nostro settore non consentano agli imprenditori di accedervi.

E’ un classico serpente che si morde la coda: in Italia le imprese sono state tradizionalmente poco capitalizzate e anche meno attente alla qualità della gestione economica (sono decisamente più capaci di realizzare opere ben fatte) e ora, anche volendo investire, faticano davvero molto a trovare credito e quando lo trovano lo pagano caro (e questo, rassegnatevi, è un dato che si esacerberà il prossimo anno).

L'accesso al credito è ancora un fattore di resilienza fondamentale nel settore delle costruzioni
Dall’altra parte, l’enorme tassazione (si alzano i massimali per non agire con più decisione sul sommerso), i ritardi nei pagamenti (ancora ben oltre i 30 giorni stabiliti dalla normative di una comunità europea tanto vituperata) e l’impossibilità di recuperare in tempi non biblici eventuali crediti non onorati, continuano ad affliggere il settore.

Detto tutto questo? Ci viene da dire: mala tempora currunt. Ma forse non sarà così, magari lo Stellone italico ci farà “passare la nottata”. Noi siamo sempre dell’idea che rimboccarsi le maniche, lavorare tanto e lamentarsi poco sia sempre la migliore soluzione, ma magari siamo in minoranza….