Le ferite sul territorio italiano lasciate aperte da imprenditori senza scrupoli non si contano; tuttavia, e fortunatamente sempre più spesso, anche grazie all’evoluzione sia del quadro normativo sia della sensibilità ambientale degli imprenditori più attenti, troviamo
esempi virtuosi di rinaturalizzazione dei fronti scavati.
Il caso della
Cava Gessi a Moncalvo è un esempio caratteristico di queste buone pratiche: la cava, coltivata a cielo aperto negli anni precedenti all’acquisto da parte della Fassa Bortolo, presentava dei
gradoni estremamente pronunciati che delimitavano una
fossa particolarmente profonda (12 metri sotto il piano di campagna), sviluppata su un anfiteatro largo 250 metri, con uno sviluppo altimetrico dei fronti di scavo di 50 metri, visivamente molto impattante.
Foto storica Cava Gessi: profondità della fossa
Foto Storica Cava Gessi: altezza gradoni
Una volta chiusa l’attività estrattiva, la
fossa principale è stata colmata con marne provenienti dallo scavo stesso o da altri siti di escavazione; le stesse marne sono state utilizzate per
addolcire il profilo dei gradoni, seguendo un progetto di rinaturalizzazione che mirava a lasciare solo alcuni tratti di gesso esposto. Si è quindi proceduto all’
attività di rinaturalizzazione vera e propria, con l’impianto di specie arboree scelte su un ben determinato progetto esecutivo.
Tra Natura e Uomo
Ne parliamo con
[Gianluca Stoppa], dott. agronomo forestale di Geostudio, che ha progettato per Fassa Bortolo l’intervento di rinaturalizzazione: “L’obiettivo del progetto di recupero ambientale,
iniziato nel 2010 e terminato nel 2015, era ovviamente quello di ricucire la ferita causata dalle operazioni estrattive; uno sforzo però che è stato concepito con una particolare attenzione alle
caratteristiche morfologiche e vegetazionali proprie del territorio in cui la cava si inserisce”.
Gianluca Stoppa
Gianluca Stoppa agronomo di Geostudio
“A questo proposito abbiamo effettuato un
attento studio preliminare delle condizioni ambientali e vegetazionali presenti nell’ambito locale: l’immediata evidenza è stata quella di un
ambiente agricolo fortemente antropizzato, in cui le componenti colturali si sovrapponevano e
integravano indissolubilmente con quelle forestali della zona. D’altra parte il Monferrato è un territorio coltivato da molti secoli e la presenza dell’uomo ormai è indissolubile dal substrato forestale originario”.
Zona filtro
Al centro della foto, l'area di 'transizione' tra l'ecosistema forestale e l'ecosistema agricolo
“Per questo - continua Stoppa - abbiamo suddiviso l’intervento di rinaturalizzazione della porzione a morfologia pianeggiante
in due componenti: un’
area dedicata alla conduzione a prato-pascolo e una, di transizione, in cui la parte di prato si integrava progressivamente con la
componente arboreo-arbustiva (con piantumazione di esemplari propri della vegetazione potenziale dell'area: Rovere, Roverella, Frassino, Ciliegio selvatico, Pioppo tremolo, Orniello, Acero campestre e Salicone, Biancospino, Nocciolo e Sanguinello)”.
Vista dell'area di Cava Gessi oggetto di recupero ambientale
“I versanti di cava, dove originariamente i dislivelli erano maggiori, sono stati
caratterizzati da una tipologia di recupero a finalità naturalistica (ricostruzione di ecosistemi boschivi), con affioramenti di gesso
lasciati volutamente liberi per ricordare il passato del luogo come sito estrattivo (che altrimenti già ora non sarebbe più percepibile)”.
“La parte di recupero ambientale in scarpata ha richiesto un’attenta analisi morfologica che si è declinata seguendo le
pendenze caratteristiche delle colline limitrofe al sito. Fondamentale, per la buona riuscita dell’intervento,
la composizione specifica degli esemplari arborei,
arbustivi e erbacei: anche in questo caso la scelta è caduta il più possibile su specie
tipicamente autoctone, proprie del contesto naturale, con l’obiettivo di accelerare l’attivarsi dei processi biodinamici e di favorire una rapida evoluzione dei complessi vegetali, in modo che gli stess si sviluppino verso
formazioni ecologicamente stabili, di norma congruenti con la vegetazione naturale potenziale del sito”.
Il piazzale di base è stato inerbito tenendo in considerazione il futuro riuso a prato-pascolo
Sottolinea Stoppa: ”Siamo molto soddisfatti dei risultati ottenuti, dato che oggi abbiamo un
ottimo grado di attecchimento delle specie arboree ed arbustive poste a dimora, anche nella parte sommitale dei gradoni (Nocciolo, Sanguinella, Rosa canina, Ciliegio selvatico, Rovere), con inizio dei
processi di rinnovazione naturale delle specie autoctone".
"Questo ci ha consentito di seguire con più serenità le attività di
manutenzione colturale dell’intervento (previste dalle normative di settore), riducendo al minimo gli interventi di risarcimento di fallanze (5-8% sul totale nei tre anni). L’intervento ha anche previsto una serie di sfalci periodici delle essenze erbacee e interventi di
irrigazione di soccorso nei periodi estivi di forte shock termico (critica soprattutto l’estate 2017)”.
Il fronte a gradoni, originariamente alto 50 metri è stato parzialmente ritombato e poi rivegetato con successo
“Le zone più complesse (in alcuni punti le acclività dei gradoni erano sub-verticali e comunque superiori in molti tratti a 50°) sono state risolte con una
serie di interventi di ingegneria naturalistica: sul fronte, in particolare, abbiamo realizzato due terre armate per consolidare alcuni indizi di instabilità delle pendenze di riempimento”.
“Sulle pedate alla base dei versanti, in cui era presente il gesso affiorante, abbiamo
creato delle sacche morfologiche: scavi di 1,5 metri x 3, riempiti di terreno vegetale nelle quali abbiamo piantumato gli esemplari arborei e arbustivi”.
“Per interrompere il rigido geometrismo del fronte di cava abbiamo
realizzato dei microconoidi sulle pedate (riporti di terreno stabilizzati al piede con palificate doppie) che sono stati prima inerbiti e poi rivegetati”.
L'entrata alla cava coltivata in sotterraneo, dove è stato minimizzato l'impatto ambientale e visivo
“Infine, sulle porzioni di gesso lasciato volutamente affiorante, abbiamo
utilizzato delle tecniche di litoinvecchiamento (una tecnica a impatto ambientale nullo) che hanno previsto l’impiego di sali minerali in nebulizzazione d'acqua per ossidare i metalli della roccia (una tecnica studiata dal Politecnico di Torino), ottenendo velocemente un
aspetto visivo e cromatico tipico degli affioramenti naturali presenti nella zona”.