La demolizione? Una Passione

“Provengo da una famiglia di imprenditori bresciani che per cinque generazioni ha costruito strade, ponti, e case. Una tradizione familiare che nei primi anni Novanta ho bruscamente interrotto per intraprendere la strada opposta, quello del demolitore”.

Inizia così la lunga chiacchierata con [Paolo Tininini], direttore tecnico di >>SDI Società Italiana Demolizioni<< di Flero in provincia di Brescia, sulle nuove frontiere della demolizione.

Paolo Tininini

Paolo Tininini, direttore tecnico SID, sul cantiere di Begato, a Genova
Tininini, che è consigliere delegato della società, è uno dei più importanti esperti del settore. In virtù delle sue competenze, grazie alle quali è spesso chiamato a tenere corsi e seminari, goWEM! ha voluto approfondire il significato tecnico di vocaboli come demolizione controllata, selettiva, strip-out, decommissioning.

Operazione non facile, perché Tininini, super appassionato del suo mestiere, è un fiume in piena, difficile da arginare. Ne è venuta fuori una chiacchierata a tutto campo, che spazia dalla storia della demolizione alla normativa, dalla cultura tecnica al mercato.

Una storia bresciana

“La Società Italiana Demolizioni nasce dalla fusione delle esperienze lavorative della Corbat, che per anni ha operato nel settore delle demolizioni civili e industriali e delle bonifiche, e Semat, impresa specializzata nell’edilizia industriale e civile, nelle opere infrastrutturali e nella gestione degli impianti siderurgici”.

L'escavatore cingolato Liebherr 954 utilizzato nel cantiere di via Piranesi (credits, SDI)
A capo di SID, come socio di maggioranza, c’è [Sergio Trombini], mentre il fratello di Paolo, [Mauro Tininini], è l’amministratore delegato. La società fa parte di >>ATB Group<<, guidato dallo stesso Trombini, un grande gruppo industriale internazionale con sede ad Artogne, in provincia di Brescia, che opera in tutto il mondo nella costruzione di complessi industriali.

“Con una punta di orgoglio posso affermare - continua il direttore tecnico - che nella mia vita professionale ho fatto pochi danni: ho costruito poco e demolito tanto".

"Forse complice la mia cultura scoutistica, che mi ha inculcato il principio secondo il quale occorre lasciare il mondo meglio di quanto l’abbiamo trovato, come ha insegnato Baden Powell, padre dello scoutismo. È stato un azzardo percorrere una via alternativa a quella della tradizione familiare, però mi pare di poter dire che ha funzionato".

"L’idea di suddividere i materiali mi ha ispirato sempre tanto. Ho iniziato dalle piccole cose, ma il vero battesimo l’ho avuto con la demolizione dello stabilimento della Giochi Preziosi, a Solaro, piccolo comune della provincia di Milano. Lì abbiamo iniziato a fare la separazione dei diversi materiali, con la frantumazione su impianti mobili e il recupero in loco”.

Per demolire non esistono formule standard

Già, demolire separatamente non è una tecnica che si impara dall’oggi al domani.

“Certo, la mia formazione è avvenuta sulla base delle cose viste fare alla Ugo Rossi Demolizioni, società bresciana allora leader nel campo delle demolizioni degli impianti siderurgici”.

A Milano, oltre al 954, sono state utilizzati un 946 sempre Liebherr, un Caterpillar 330 e un Komatsu PC 350 (credits, SDI)
Ma come sono cambiate le tecniche di demolizione in Italia?

“Si è passati dalla demolizione massiva, che ancora oggi viene praticata, a quelle più sofisticate. Ma al di là delle categorie, ciò che va colto è l’importanza del progetto di demolizione. Che muta al mutare dei contesti micro e macro. Mi spiego. In una demolizione selettiva la rimozione delle finestre va valutata in relazione, ad esempio, all’esposizione e alla direzione dei venti del fabbricato da demolire".

"Può essere utile mantenere i serramenti esterni su alcuni lati dell’edificio e non su altri. Così come serve sapere, in una determinata regione, la presenza o meno di un impianto di riciclo dei materiali da demolizione e quanto quest’ultimo sia sofisticato nella selezione: se mancano gli impianti, cambia la tecnica di intervento. Ciascuna impresa insomma può affrontare la stessa identica demolizione in vari modi, in base ad esempio alla dotazione di macchinari e alle tecniche che conosce maggiormente".

"Non esiste uno standard di intervento. Ciascun demolitore, con il proprio progetto, esprime le proprie conoscenze, il proprio know-how. Un progetto di demolizione non può essere pensato a tavolino, in modo decontestualizzato. Demolire un fabbricato non è insomma asfaltare una strada”.
Esine. Per la demolizione sono stati utilizzati un Liebherr 946, con un frantumatore Italmek IF 25 (credits, SDI)
Va anche detto che dal punto di vista normativo siamo fermi alle linee guida, mentre da altri parti, all’estero, alcune indicazioni sono state già fornite anni fa.

“In Gran Bretagna, ad esempio, dove la demolizione degli impianti industriali si è affermata prima che da noi, già negli anni Settanta sono state emanate delle regole scritte e sono state prodotte delle normative in materia”.

Manca la normativa specifica sulla demolizione

Nel nostro Paese, la demolizione selettiva - che rappresenta una strategia di demolizione che separa i rifiuti per frazioni omogenee orientata al riciclo dei materiali - e il riutilizzo dei rifiuti da C&D non hanno ancora trovato una disciplina normativa.

In attesa di un decreto specifico, è possibile consultare le indicazioni della Prassi di Riferimento Uni/PdR 75:2020, pubblicata dall’Uni e in vigore dal 3 febbraio dello scorso anno, con il titolo “Decostruzione selettiva. Linea Guida per la decostruzione selettiva e il recupero dei rifiuti in un’ottica di economia circolare”.
La demolizione selettiva di una controsoffittatura con confezionamento delle lane in big bag (credits, SDI)
Il documento dell’ente nazionale di unificazione delinea un processo che tiene conto sia degli edifici esistenti da ristrutturare o da demolire sia di quelli di nuova costruzione. Per i primi, durante la fase di diagnosi preliminare delle tipologie e della quantità dei materiali che costituiscono o sono contenuti nell’edificio, è prevista la creazione di un database che riporti i materiali destinabili al riciclo e al riuso; per i secondi, invece, si deve realizzare un database in cui vengano inseriti i materiali previsti da progetto.

Va detto che il metodo di demolizione selettivo viene chiesto solo da alcune particolari committenze, in quanto comporta costi elevati dovuti all’impiego consistente di mano d’opera e da mezzi d’opera piuttosto piccoli con ridotte produzioni giornaliere.
Forlì. La demolizione secondaria (frantumazione) con un Liebherr 926 e un Italmek IF 20 (credits, SDI)
Va anche aggiunto che l’operazione di demolizione selettiva deve allontanare, smontare, separare dai rifiuti di demolizione tutto ciò che potrebbe compromettere l’analisi del rifiuto stesso, superando i limiti di legge imposti e quindi non potendo percorrere la strada del riutilizzo, ma esclusivamente quella della discarica.

Le magnifiche 10

Sono dieci le categorie individuate per interventi di demolizione selettiva
Una demolizione selettiva in genere suddivide i rifiuti in dieci differenti categorie: componenti riutilizzabili tal quale (documento di trasporto); legno (codice Cer 17 02 01), Vetro (Cer 17 02 02), Plastica (17 02 03), miscele bituminose (17 03 00), Metalli (17 04 00), terre e rocce (17 05 04), materiali isolanti (17 06 00), materiali da costruzione a base di gesso (17 08 00) e rifiuti misti dell’attività di C&D (17 09 04).

Forlì. Demolizione primaria delle strutture portanti in cemento armato (credits, SDI)
“In Italia, per quanto riguarda la demolizione selettiva, utilizziamo in particolare le linee guida elaborate dall’allora associazione nazionale demolitori (oggi Nadeco, che raggruppa anche le aziende che operano nel campo delle bonifiche, del trattamento degli inerti e dei materiali ferrosi; nda). Nonostante l’esistenza delle linee guida, non esiste ancora una normativa specifica. Ma forse, pensandoci bene, nemmeno servirebbe”.

Tininini ne ha anche per la vita associativa.

“Le associazioni di categoria sono strumenti importanti. Purtroppo, qui da noi, c’è la tendenza a creare associazioni di nicchia e questo non aiuta la crescita della nostra categoria. In Germania, invece, l’associazione demolitori raggruppa un po’ tutti. E questo indubbiamente aiuta a fare la differenza”.

Le categorie della demolizione

Ma torniamo alle categorie della demolizione. Cosa si intende insomma per demolizione selettiva?

“Semplice. Significa organizzare la demolizione con materiali accettabili dalle cave e dalle discariche autorizzate.  Oggi non esistono discariche che per legge possono accettare il materiale demolito tal quale. La normativa è chiara. La demolizione selettiva è l’esito dell’evoluzione normativa in materia di attività estrattiva, di utilizzo degli aggregati riciclati e di economia circolare. In Italia, il tema della demolizione selettiva è ancora poco percepito; da altre parti, in Germania e Olanda, è invece prassi consolidata".

"Lì si fa una demolizione assai selettiva; ad esempio, calcestruzzo e mattoni vengono separati per il semplice motivo che tedeschi e olandesi dispongono della filiera produttiva del riciclo dei materiali raccolti separatamente. Da noi, filiere produttive così sofisticate non esistono, perché mancano gli impianti dedicati”.
Cisterna di Latina. Smontaggio di parti di impianto finalizzato a recupero e successivo riutilizzo (credits, SDI)
E lo strip-out, cosa significa e quando serve ricorrervi?

“La parola significa strappare, eliminare da un edificio tutto ciò che può comportare l’inaccettabilità del materiale demolito in discarica. Ma anche qui è una tecnica che andrebbe valutata caso per caso, zona per zona. Se in una determinata regione esistono impianti di selezione sofisticati, come ad esempio quelli che dividono gli inerti dalla plastica, è altamente probabile che in quel cantiere non si faccia uno strip-out selettivo, ma una demolizione legata alla destinazione finale del materiale".

"A Trieste, dove sto lavorando, non esistono ad esempio impianti di riciclo del materiale demolito, che dobbiamo trasportare a Udine, con costi elevati. Per cui, quando si fanno le offerte di gara questi fattori vanno valutati, per capire fin dove si può spingere lo strip-out e dove può iniziare invece la demolizione selettiva”.
Forlì. Rimozione delle fondazioni esistenti con una macchina Liebherr 926 (credits SDI)
E poi c’è la demolizione controllata.

“Non è una demolizione radicale, ma una tecnica che prevede differenti modalità di intervento su un fabbricato in base agli strumenti e alle condizioni operative. Se devo demolire una porzione di una struttura ospedaliera, devo tenere conto di numerose variabili, come ad esempio le vibrazioni. Per questo si deve operare con tecniche differenziate, utilizzando il filo diamantato oppure lo smontaggio di una muratura mattone dopo mattone. Di fatto, una decostruzione controllata”.

Infine, il decommissioning...

Visione strategica assente

In Italia, manca una politica nazionale a sostegno e indirizzo degli interventi di revamping impiantistico
“Sì, per meglio dire ci sarebbe, se in Italia ci fosse una politica nazionale a sostegno al revamping impiantistico delle grandi industrie. Ma ancora non c’è. O meglio, esiste in alcune realtà, come in Friuli Venezia Giulia o a Taranto. Qualcosa avviene nei grandi centri urbani che smantellano gli impianti esistenti, con le imprese che possono godere delle facilitazioni dell’Industria 4.0. Ma si potrebbe fare senz’altro di più”.

A fine intervista Tininini si lascia andare a qualche pensiero sofisticato.

“In chiave moderna la demolizione può essere intesa come attività di decostruzione programmata: un momento che segna il fine vita di un edificio e che contempla la nascita di un nuovo riutilizzo del territorio”.