Le grandi manovre del Sol Levante


Testo di Silvano Lova


Gli ultimi anni ci hanno abituato alle fusioni, alle acquisizioni e alle integrazioni aziendali; la crisi ha costretto tutte le aziende mondiali a guardare con occhi nuovi il mondo alla ricerca di possibili sinergie, di nuovi segmenti di mercato con il soliti obbiettivi finali: far crescere il fatturato e, se possibile, incrementare i margini operativi (e quindi la redditività).

A ben vedere non tutte le operazioni a cui abbiamo assistito nell’ultimo periodo non sembrano essere state dettate da un’analisi razionale dei fatti, anzi, in alcuni casi, hanno premiato ottiche di monetizzazione o taglio costi di breve respiro, utili certo a “fare cassa”, ma che su tempi più lunghi sono destinate probabilmente a mettere ancora più in difficoltà le aziende che le hanno compiute.

E poi ci sono le attività intelligenti, quelle che si basano su un sano fare impresa, quelle in sostanza fondate non esclusivamente su calcoli finanziari, ma sulla conoscenza del proprio mercato di competenza e sulla volontà di svilupparsi, con un occhio al lungo periodo, in modo organico e strutturato. Sono queste quelle che piacciono a noi di goWEM! anche perché, in genere, sono anche quelle che, pur con tutte le attenzioni all’utile aziendale, salvaguardano di più il patrimonio aziendale più importante: l’occupazione di qualità e le relative competenze di settore che, una volta perdute, sono difficilissime da recuperare.

Fra questi casi virtuosi, vi vogliamo parlare oggi di uno in particolare, quello che vede protagoniste due case giapponesi, la prima conosciuta in Europa anche grazie a una joint venture che ci vede coinvolti da vicino come Paese, la seconda meno nota, soprattutto perché concentrata a produrre e vendere sui mercati dell’Estremo Oriente.

Parliamo di IHI e di Kato, la prima in veste di venditore, la seconda nei panni dell’acquirente.



La forza di un accordo “europeo”

Prima di entrare nei termini dell’accordo commerciale (e per capirne concretamente a ragion veduta l’opportunità) ci sembra corretto introdurre i due protagonisti dell’accordo, partendo da quello che conosciamo meglio, IHI, in particolare da IHI Construction Machinery Limited, il ramo d’azienda coinvolto nell’accordo.

IHI , fondata nel 1952 sotto il nome di Ishikawajima Koering, è conosciuta in Italia e in Europa soprattutto in virtù della joint venture con il gruppo Imer; parliamo di un accordo stipulato nel 2002 e che ha visto protagonista l’italianissima IMER Group di San Gimignano e, appunto, IHI; con il brand Ihimer la nuova joint venture produce e distribuisce per l’Europa su licenza IHI Construction Machinery la gamma di macchine per costruzione (sostanzialmente miniescavatori, skid e minidumper).

Dagli stabilimenti di San Gimignano escono quindi miniescavatori con pesi operativi fino ai 27 quintali, i mini-dumper della serie Carry e certi modelli di skid; i miniescavatori più grandi, con pesi operativi che arrivano a 80 quintali, (e anche qui i pesi contano nell’accordo), gli skid (cingolati e gommati) di dimensioni maggiori (la gamma vede macchine con capacità di carico fino a 1.100 kg) e i dumper cingolati (quattro modelli, fino a 14 quintali) vengono prodotti direttamente nello stabilimento giapponese di Yokohama.

Ma IHI Construction Machinery Limited non si limita alle macchine compatte, produce anche gru cingolate (e vedrete come questa categoria di prodotto si integri nell’accordo con Kato) sia tralicciate (11 modelli con capacità di sollevamento da 55 a 300 tonnellate e altezze sottogancio che arrivano fino a 110 metri) sia telescopiche (due modelli da 55 tonnellate di capacità massima di sollevamento).

Oggi IHI Construction Machinery fattura 190,5 milioni di euro e dà lavoro a 290 dipendenti. Per completezza di informazione (cosa che ci consentirà alcune riflessioni più avanti) IHI ha stipulato una joint venture simile a Ihimer anche per il mercato nordamericano…



Si chiama Kato, ma non è (per niente) l’assistente di Clouseau

Passiamo al protagonista meno conosciuto (in Europa) del nuovo accordo; Kato Works produce una gamma davvero varia di macchine per costruzione ed è attiva da moltissimo tempo nel settore, precisamente dal 1895; anche il fatturato, per chi non conosce i mercati asiatici, stupisce e parecchio; lo scorso anno (ricordiamo che l’anno fiscale in Giappone si chiude al 31 marzo) l'azienda ha fatturato quasi 600 milioni di euro (le previsioni al 2018 si attestano a oltre 860 milioni di euro), dando lavoro a 662 persone.

Vogliamo però andare più in dettaglio sulla tipologia di macchine prodotte, realizzati in quattro stabilimenti produttivi, due in Giappone, uno in Cina e uno, il più recente, in Tailandia (investimento monstre, con quasi 23.000 metri quadri coperti e 140.000 metri quadri complessivi). Innanzitutto Kato produce e commercializza macchine grandi, a partire dagli escavatori cingolati, sei modelli tradizionali con tonnellaggi compresi fra 12,5 e 46,2 tonnellate (due a coda corta) e uno girosagoma da 7,5 tonnellate.

Agli escavatori si affianca una gamma articolata di autogru (stradali, fuoristrada e tuttoterreno) con capacità di sollevamento che per le fuoristrada vanno da 30 a 70 tonnellate; le autogru stradali vanno da 30 a 55 tonnellate, mentre il modello tuttoterreno di Kato arriva a 130 tonnellate, con braccio telescopico a sei sezioni.

Poi ci sono alcune produzioni di nicchia, come la KE-1500Ⅲ, un carro da perforazione da 43 metri di profonditàmassima e 23 tonnellate di peso operativo; vasta, infine, la gamma di spazzatrici stradali, spazzaneve e escavatori a risucchio (ben 8 modelli).

Stupiti di non conoscere tanto ben di Dio? Non dovete farvene un cruccio, come avevamo accennato, il fatturato e i mercati di Kato sono più focalizzati in Estremo Oriente (con puntate in Medio Oriente e Australia), ma ora molto dovrebbe cambiare e arriviamo alla parte succosa dell’articolo…



1+1=2? Forse anche 3!

Parliamo ora in dettaglio dei termini dell’accordo; tutto molto semplice: Kato Works si compra il 100% delle azioni di  IHI Construction Machinery Limited (il prezzo è ancora top segret); una volta approvato dagli organi di vigilanza (ormai la data è prossima, si parla del 25 novembre 2016), l’accordo sarà completato ufficialmente. Le due aziende (anche in confronto di altre trattative rese pubbliche troppo presto) si sono mosse dietro le quinte con attenzione, rendendo noto il tutto a giochi fatti (anche se i soliti ben informati, lo sapevano qualche mese prima).

Ma perché questo accordo è un buon accordo? Innanzitutto perché le gamme produttive si integrano perfettamente: acquistando IHI Construction Machinery Limited, Kato entra nel settore delle macchine compatte, completa verso il basso la sua gamma di escavatori e diversifica la sua offerta, ampliando, quindi, la sua platea di clienti potenziali.

C’è, poi, l’aspetto relativo al sollevamento pesante: l’acquisizione porta in casa Kato tanta tecnologia in questo segmento, quella delle gru tralicciate, ma anche alcuni modelli chiave nel segmento delle gru cingolate telescopiche. Più gamma significa di nuovo più clienti.

Altra considerazione fondamentale, le aree di influenza; per varie ragioni (tra l’altro il fatto che l’azienda ha deciso di non sviluppare le macchine con motori Stage IIIB per passare direttamente allo Stage IV), il produttore giapponese non è presente in Europa e negli Usa, mercati che, invece, IHI Construction Machinery Limited presidia con due più che solide joint venture (IHImer per l’Europa appunto). E qui di possibilità ce ne sono davvero molte, dato che una gamma più completa e una rete distributiva più efficiente sono un punto di forza davvero importante per acquisire quote di mercato su mercati ricchi e evoluti come quelli Europei e americano.

E in questo, permettetecelo, ci vogliamo mettere un po’ di orgoglio italico, dato che Ihimer potrebbe avere un notevole ruolo nella strategia di Kato di ritorno in Europa.

Infine, una considerazione, più generale (ma per niente scontata): entrambi i produttori sono giapponesi e quindi l’integrazione della filosofia industriale risulterà molto più semplice rispetto ad altre fusioni che vedono culture aziendali completamente differenti costrette ad integrarsi “contro natura”.

Insomma i parametri per una bella storia ci sono tutti, manca solo la risposta dei mercati che, mai come in questi anni, è incerta e variabile. Come si dice: “chi vivrà, vedrà”…



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